In montagna, verso la metà di novembre si termina di raccogliere questo tipo di pere selvatiche che io amo definirle Native. Per le sue caratteristiche, per la sua longevità e resistenza contro il freddo ancora si possono trovare anche se ormai rari, gli ultimi esemplari di alberi secolari all’interno dei vecchi borghi o nei coltivi abbandonati. Servivano per un tipo di alimentazione di emergenza, in caso di mancanza di altri frutti più gradevoli al palato (i contadini selezionavano alberi da frutto a fioritura scalare  per non avere problemi di approvvigionamento). Questo tipo di pere si possono consumare solo da cotte, da crude anche se mature rimangono dure e “allappano” per la presenza di tannini. Da cotte invece sono una prelibatezza, con un gusto buonissimo, il tannino “elaborato” dalla lenta cottura si trasforma in una bontà dal gusto antico, tanto che in Garfagnana da alcuni anni questo frutto è stato riscoperto, lo chiamano pero Caravello. La confettura che realizzo con queste pere, avendo cura di rispettare il tempo che impone la sua corretta lavorazione, sa regalare un gusto “Imperiale” che dal mio punto di vista è una delle meglio riuscite, il suo colore è rosato e appena si assaggia non si lascia più. Il pero è un’ albero da proteggere con cura, è legato alla tradizione del fuoco rituale, accoglie e fa vivere un’altra pianta “magica” beneagurante e che ancora oggi viene regalata durante il periodo del Solstizio d’inverno, il Vischio.